Cinema Multiplex Augustus Velletri -7 sconosciuti a El Royale

Diretto e co-scritto da Drew Goddard “7 sconosciuti a El Royale” si presenta come un’opera audace ma troppo pretenziosa per realizzare le aspettative del pubblico.
Il lungo descrive gli avvenimenti in un Hotel chiamato El Royale. Un uomo affitta una camera e vi nasconde una borsa sotto il pavimento, ma poco dopo verrà ucciso sull’uscio della porta. Dieci anni dopo sette sconosciuti si ritrovano, ognuno per cause strettamente personali, ad affittare una camera nell’hotel che è letteralmente diviso a metà dal confine Nevada e California: tanto da avere il confine segnato con una linea rossa che separa perfino gli ambienti dell’hotel, comprese le camere.
Un agente pubblicitario (Jon Hamm), un prete (Jeff Bridges), una cantante (Cynthia Erivo), un concierge (Lewis Pullman), una hippie (Dakota Jhonson) e una ragazzina piuttosto singolare (Cailee Spaeny) si ritroveranno a dover affrontare situazioni di ogni genere, compreso un omicidio, e dovranno rivelare le loro identità e intenzioni: tutte apparentemente guidate dal dio denaro. Per ultimo, letteralmente, ma non meno importante, vi è Chris Hemsworth che interpreta una specie di guru portatore di verità chiamato Billy Lee.


Perché troppo pretenzioso? Perché nell’insieme risulta eccessivamente complesso nella forma più che nel contenuto. Sono anche visibili citazioni tarantiniane che, invece di risaltare il film, purtroppo lo fanno sembrare un semi-plagio. L’albergo tagliato a metà dal confine tra Nevada e California sembrerebbe dettare le basi per una trama condita da una lotta giurisdizionale, che però non arriva mai. E mentre nei protagonisti si sviluppa dubbio e ansia nel condividere un enorme stabile tra sconosciuti, nello spettatore sembra salire inconcludenza e noia.
Ciononostante, nella forma, sebbene anch’essa tarantiniana e lievemente noir, si trova conforto e piacere nella suddivisione in “capitoli” della trama, la quale risulta almeno più lineare delle identità dei personaggi. La colonna sonora è decisamente più che appropriata, pezzi come “Hush” dei Deep Purple e “The Letter” dei The Box Tops si adattano benissimo agli anni in cui è ambientato il film (’60), le situazioni di suspance e il Jukebox sempre presente regalano spensieratezza e coerenza.
Goddard, regista di “Quella Casa Nel Bosco”, ha voluto fare un salto di qualità forse appoggiandosi un po’ troppo a figure cinematografiche di rilievo e, forse, a qualche ricerca di mercato. Questo spiegherebbe il poco apprezzamento della critica, ma tutto sommato il film lascia sperare che sia l’inizio di un lungo e costante miglioramento da parte del regista sceneggiatore.

Ascenzio Maria La Rocca

 

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