Andiamo al Cinema – Rubrica Cinematografica

“Dolor y Gloria”, di Pedro Almodòvar

Almodóvar torna dopo tre anni con “Doloro y Gloria”, un film di grande personalità e dalla straordinaria emotività. Con Antonio Banderas, Penelope Cruz e Asier Etxeandía il film è la narrazione perpetua di una vita passata, presente e futura. Il regista Almodóvar riesce a lasciare traccia di sé in ogni scena, forzando addirittura lo spettatore a scoprire in ogni singolo aspetto la vita di una specie di eteronomia pessoana cinematografica. Si tratta della vita del regista Salvador Mallo (A. Banderas) che colpito da grandi malesseri fisici è costretto a cessare l’attività professionale. Il successo del passato gli permette di vivere agiatamente, e con l’umiltà di chi è artista per sé e non per i posteri, decide di ritirarsi nella solitudine e nella lettura. Ma i malesseri che lo colpiscono maggiormente sono quelli dell’anima: lo stare lontano dal cinema gli provoca grandi depressioni, che riesce a sanare solo con metodi non propriamente ortodossi. Tutto, ma in effetti nulla, cambierà quando rivedrà il protagonista del suo più grande film, “Sabor”. Lo stesso Almodóvar ha dichiarato che il film per alcuni aspetti è la copia della sua vita. Egli vede il cinema come salvazione, come motivo di esistenza. Infatti, c’è una continua malinconia negl’occhi di uno straordinario Banderas. Il modo in cui è scritto, il ritmo perfetto tra il presente e i flashback non annoiano mai: sicché ad un tratto, il guardare “Dolor y Gloria” regala una strana serenità, al confine tra una leopardiana esistenza e il dramma umano contemporaneo. Le musiche accompagnano gradevolmente gli accadimenti, perfettamente in sincronia con lo stato d’animo dei protagonisti, il brano scelto è “Come una sinfonia” di Mina. Non è tanto la condizione fisica che però mette alle strette il protagonista, è come se Almodóvar volesse farci intendere che il male fisico può avere cura, o quantomeno speranza di guarigione. Mentre con il malessere dell’anima non vi è cura, o almeno, non vi sono medici oltre noi stessi. Ecco quindi che interviene l’imperfezione umana, la sofferenza come ostacolo continuo e insormontabile della vita. Ma anche qui Salvador riesce a trovare una soluzione al problema, regala allo spettatore un escamotage che per tutta la storia umana è risultata essere quella più difficile: nella sofferenza e nella solitudine, l’uomo accresce sé stesso e la sua conoscenza. I dolori che hanno colto Salvador nell’intimità gli sono serviti per scrivere, per creare e, paradossalmente, per conoscere il modo di stare meglio: “Ho scritto questa storia per dimenticarne il contenuto”, dice il protagonista. Il contrasto più bello che Almodóvar propone risiede però nella scenografia, perché è nell’immensa luce e nei colori vivaci e dagli accostamenti bizzarri che il melodramma dell’esistenza si percepisce maggiormente. Un’opposizione che dà al film una completezza difficile perfino da accettare, in questo film c’è tutto. “Dolor y Gloria” merita la visione al cinema perché ci mostra che il tempio della settima arte può ancora regalare tanto.

Ascenzio Maria La Rocca

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