Vittorio Nocenzi: “La Transiberiana un percorso lungo e intenso”

Il Banco apre il tour a Velletri venerdì 1° novembre al Teatro Artemisio

Il leader del gruppo

Venerdì 1 novembre al Teatro Artemisio-Volonté, diretto dal Maestro Claudio Maria Micheli, il Banco del Mutuo Soccorso terrà la data zero del nuovo tour per presentare il disco “Transiberiana”. Un evento fortemente voluto dalla Fondazione di Partecipazione Arte & Cultura ma assai sentito anche da Vittorio Nocenzi, storico leader della formazione, che in questa intervista ha raccontato la genesi del nuovo album e alcuni dettagli di quello che il pubblico (evento già sold out) ascolterà.
Vittorio Nocenzi, in vista del concerto di Velletri che Banco del Mutuo Soccorso vedremo sul palco del Teatro Artemisio-Volonté?
Chi verrà ai concerti del BMS in questa tournée teatrale che inizia come data zero da Velletri troverà una formazione molto collaudata, fatta da persone perbene che umanamente hanno una priorità: la relazione interpersonale, presupposto fondamentale per suonare bene insieme e fare buona musica. Una band sul palco deve diventare una sola cosa, deve trasferire e trasmettere emozioni. Non è soltanto un fatto tecnico di qualità esecutiva ma un fatto emotivo, di percezione del luogo e dello spazio, degli interlocutori e dell’idea che hai di te stesso come band. Sono un uomo fortunato perché la nuova formazione ha dentro persone che amano la storia del Banco, la rispettano, la hanno fatta propria con umiltà e determinazione.

Vittorio Nocenzi al teatro


“Transiberiana” è un album molto atteso. Quali novità contiene e quali, invece, le cose che saranno in linea con la tradizione del BMS?
La gente ascolterà il repertorio storico del Banco, non mancheranno i brani storici, e naturalmente ci sono tutti gli inediti. “Transiberiana” è stato un percorso ricco, intenso, perché ho voluto sperimentare una serie di approcci che non avevo mai utilizzato con questa determinazione. Volevo che fosse un disco vero. Per ‘vero’ intendo che non dovevamo cadere nella trappola di fare il verso a noi stessi. Il progressive è un manifesto di libertà espressiva, di contaminazione, come programma artistico. Doveva esserci dentro quella musica che appartiene a un genere, la musica buona. Ci sono solo la musica buona e quella cattiva, come diceva Duke Ellington, e io sottoscrivo. L’abito non fa il monaco, è il sarto che dà qualità al vestito… un disco vero non doveva fare l’occhietto allo stile del Banco, deve essere emozionato, ispirato, altrimenti non arriva come deve arrivare e così è stato per un anno e cinque mesi di lavorazione.
Il titolo è molto evocativo e rimanda a un viaggio lunghissimo in treno…
Era chiaro che dovevamo dare un segnale forte al nostro pubblico, la risposta è il raccontare la storia con metafore come matrioske poetiche. Con mio figlio Michelangelo e Paolo Logli abbiamo fatto un brainstorming soltanto sul titolo, ne sono venuti fuori tanti bellissimi che saranno spunto per prossimi lavori. Ma “Transiberiana” suona subito forte, giusta, suggestiva, stimolante e metaforica. È il viaggio più lungo, 9300 km, che un essere umano possa fare al mondo e rappresenta bene il viaggio della vita umana. Dopo una carriera così lunga e 5500 concerti era anche giusto concepire un’opera autobiografica, in parte, ed è stato amore a prima vista con la suggestione del viaggio transiberiano.

All-focus


Come si è organizzato un lavoro di questa portata e come lo avete interpretato, viste le premesse?
Prima di scrivere la musica abbiamo scritto lo storyboard, gli episodi, diciamo che ho fatto i capricci come un giovanotto che si innamora la prima volta. Ha funzionato tutto però, sono stato fortunato nell’aver scelto directory inflessibili. Ci sarà una partenza, non epica, con la banda musicale, molto umana, come in fondo chi si appresta a fare un viaggio così lungo come la vita. Ci si aspettano sorprese, meraviglia, stupore, difficoltà, panorami, paesaggi inusuali, freddo, anche qualche rischio. È un viaggio che nel momento in cui si sta per intraprendere dà molte emozioni e quindi ho scritto quel tema in do minore che racconta con un suono metafisico lo stato d’animo, ricco di sfaccettature. C’è una concessione all’onomatopeica, essendoci il treno. Mi sembrava bello rappresentare con i suoni la location dell’interno del vagone in movimento, in un gioco evocativo. L’ascoltatore fa il viaggio con noi.
Qualche anticipazione su immagini particolari e passi di testi a cui tieni in modo specifico?
Il primo brano si divide in tre movimenti. Ho immaginato subito uno spettacolo nuovo, che si apre davanti agli occhi dei viaggiatori. Si vedono i cavalli selvaggi che corrono sulla tundra, deserta, sfidando il cavallo di acciaio che è il treno. Sono rimasto colpito dall’emozione che ti dà un cavallo in carne ed ossa che ti sfreccia accanto, una forza della natura che va in braccio al vento. I viaggiatori vedendo questo spettacolo in uno spazio sterminato e bianco fanno scattare in testa agli spettatori che stanno dall’altra parte del vetro, nel vagone, emozioni e riflessioni. Come capita quando si prende il treno da Velletri a Roma, prima si sente il rumore, poi ci colpisce qualcosa fuori dal finestrino e la mente osserva e si immedesima. Infine irrompono le riflessioni, non è solo il racconto del viaggio ma lo sguardo alla contemporaneità. La “Transiberiana” contiene la metafora del viaggio che contiene a sua volta quella della vita, e raccontandola ti guardi anche intorno e vedi il nulla del ciarpame che ci assedia, la mortificazione della dimensione spirituale di fronte al consumismo materialista e miope, tutte queste cose non potevano non starci in un disco vero…
In attesa di ascoltare il concerto, un tuo pensiero e un tuo saluto in anteprima per il pubblico di Velletri…
Tenere un concerto a Velletri, debbo confessarlo, per me è sempre un’emozione speciale.
È una città alla quale mi sento profondamente legato, è un po’ la seconda patria natale, ho fatto cinque anni di liceo in via Paolina a Velletri e ho tantissimi amici. Inoltre i primi passi della band sono stati sia a Marino che a Velletri perché la prima formazione vedeva me, mio fratello e i fratelli Falco di Ariccia che vivevano a Velletri e il batterista Franco Pontecorvi, veliterno anche lui.
C’è un legame profondo, identitario, e ogni volta che ho suonato a Velletri ho sentito un forte feedback di calore umano che mi ha sempre commosso da parte della gente.
Dopo tanti anni di concerti resto uno che forse eccede al romanticismo…ma non credo che sia un difetto!
Intervista a cura di
Rocco Della Corte

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