SPECIALE CORONAVIRUS

dal Post

Edward Gilbert Abbott fu addormentato con dell’etere dietilico, John Collins Warren impugnò il bisturi e rimosse una massa tumorale dal collo del paziente anestetizzato. Non era la prima volta che veniva impiegato l’etere per un’anestesia, ma era la prima in cui il composto era utilizzato per una dimostrazione pubblica. Fu così che il 16 ottobre 1846 divenne convenzionalmente il giorno della prima anestesia con l’etere, facendo entrare Warren nella storia della medicina.

L’operazione si svolse a Boston, dove Warren lavorava da diversi anni come chirurgo e dove un anno prima aveva condotto un’altra dimostrazione pubblica, però fallimentare, con un tipo diverso di anestetico. Desideroso di pubblicizzare il più possibile il proprio successo con l’etere, Warren assoldò un fotografo, rimise in scena l’operazione e si fece fare diversi dagherrotipi nei quali appariva all’opera. Quello qui sotto è il più famoso della serie: Warren è visibile mentre appoggia le mani sulla gamba sinistra del paziente, insieme a diversi altri chirurghi e a William T.G. Morton, che aveva studiato le caratteristiche dell’etere e che avrebbe trascorso buona parte della propria vita sostenendo di avere scoperto l’anestesia.



Warren si era già fatto notare molti anni prima, quando tra il 1811 e il 1812 era stato tra i fondatori del New England Journal of Medicine (NEJM), destinata a diventare la più longeva rivista medica a revisione paritaria (peer review) e una delle più rispettate al mondo.

Gli articoli pubblicati su NEJM difficilmente passano inosservati nella comunità scientifica, così come gli editoriali che spesso commentano la pubblicazione di studi di particolare importanza. I toni sono solitamente sobri e ogni parola viene attentamente misurata, anche perché spesso riguarda lavori che potrebbero avere un impatto sulla salute di molte persone. Un editoriale pubblicato ieri fa un poco eccezione, e ci riporta ai giorni nostri e alla pandemia.

Commentando una ricerca scientifica che illustra gli esiti dei test clinici condotti da Pfizer-BioNTech per il loro vaccino contro il coronavirus, l’editoriale ha definito “un trionfo” i risultati ottenuti, aggiungendo che “reggono qualsiasi tipo di analisi concepibile”.

Il riferimento è soprattutto a come è stato condotto l’ultimo test clinico (su 3), con 21.720 volontari che hanno ricevuto il vaccino e altri 21.728 che hanno invece ricevuto una sostanza che non fa nulla (placebo). Entrambi i gruppi hanno ricevuto due dosi a 21 giorni di distanza. Tra i quasi 44mila partecipanti, 170 si sono ammalati di COVID-19: appena 8 tra i vaccinati e 162 nel gruppo con placebo. L’efficacia rilevata è quindi del 95 per cento.

Ai toni entusiastici, l’editoriale ha comunque affiancato qualche opportuna cautela:
 «Solo 20mila persone hanno ricevuto questo vaccino. Emergeranno problemi di sicurezza inattesi man mano che il numero di vaccinati aumenterà di milioni e potenzialmente di miliardi? Emergeranno effetti collaterali di lungo periodo? Gestire un vaccino che richiede due dosi è una sfida non indifferente. Che cosa accadrà al numero inevitabilmente ampio di persone che non si sottoporranno alla seconda dose? Per quanto il vaccino sarà efficace? Il vaccino previene i casi asintomatici e limita la trasmissione del coronavirus? E che dire dei gruppi di persone non rappresentati in questo test clinico, come i bambini, le donne incinte e gli immunodepressi?»
Avremo la risposta a queste e molte altre domande nei prossimi mesi: il vaccino è ormai prossimo all’autorizzazione di emergenza negli Stati Uniti e manca poco per quella nell’Unione Europea. Nel frattempo, il vaccino di Moderna è in attesa di autorizzazione, e altri ne arriveranno nei prossimi mesi. La speranza è che sia un trionfo collettivo.

Avevamo un piano?
Da qualche tempo, la procura di Bergamo ha avviato un’inchiesta giudiziaria per capire se l’Italia avesse un piano pandemico, cioè un documento che indicasse le strategie sanitarie da seguire nel caso di una pandemia, per non farsi trovare impreparati. I capi d’accusa indicati dagli inquirenti per ora sono piuttosto ampi: epidemia colposa, omicidio colposo e falso. 

Le informazioni sulle indagini e le evidenze trovate finora sono scarse. Sembra che l’Italia avesse un piano pandemico sostanzialmente fermo al 2006, considerato che gli aggiornamenti successivi non avevano portato a cambiamenti degni di nota. La storia è però intricata perché comprende il coinvolgimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e un documento che aveva pubblicato online e poi rimosso dopo circa 24 ore. Alcuni sospettano che la rimozione sia avvenuta in seguito alle pressioni esercitate da chi avrebbe dovuto aggiornare il piano pandemico.
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